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Sei a conoscenza dell’istituto dell’affido familiare? Ne parliamo con Fulvia, che, insieme alla sua famiglia, ha deciso di diventare affidataria.

L’affido non è l’adozione.

Fulvia ci spiega che, mentre l’adozione ha un carattere definitivo e il bambino o bambina perde definitivamente il contatto con i suoi genitori biologici, l’affido è, per sua natura temporaneo. Si tratta, infatti, di un istituto previsto dalla nostra legislazione per essere da supporto ad una famiglia temporaneamente in difficoltà. La durata dell’affido familiare dipende dalle necessità, ma generalmente non va oltre i due anni, a meno che non ci siano particolari esigenze e il giudice ritenga opportuno prorogarlo.

In questo momento la famiglia di Fulvia, ad esempio, ha in affido una ragazzina da 10 anni.

Affido e supporto economico.

Come ci spiega Fulvia, quando si diventa famiglia affidataria il comune di residenza elargisce un contributo mensile per il sostentamento. Questo contributo può variare a secondo delle zone e dei comuni, ma è comunque sempre previsto per chi ospita questi bambini in difficoltà.

Fulvia ci fa notare che spesso questo contributo non è sufficiente a compensare tutte le spese per un figlio, ma comunque c’è.

Diventare genitori affidatari non è un modo per realizzarsi come famiglia, anzi!

Anche se è possibile diventare genitori affidatari pur essendo single o non essendo sposati, spesso le famiglie che accolgono questi bambini in difficoltà hanno già figli naturali. Ad esempio, Fulvia e suo marito hanno già due figli grandi. Quando sono venuti a conoscenza della possibilità di avere in affido un bambino, grazie a un incontro tra associazioni, hanno deciso di mettere in condivisione proprio la loro esperienza come famiglia.

Insomma, accogliere un minore in affido non deve essere considerato come la compensazione per un figlio che non è arrivato: la famiglia deve avere già una certa solidità e i genitori anche una certa esperienza per poter affrontare al meglio la situazione. Solo così potranno essere davvero d’aiuto e di sostegno al bambino che accoglieranno. Lo stesso vale anche nel caso di affidatari single.

Ci si affeziona ai bambini affidati, ma si sa che un giorno potrebbero tornare alla loro famiglia di origine.

Che sia per un lungo o per un breve periodo, ci confida Fulvia, è impossibile non affezionarsi ai bambini che ti vengono affidati. Certo, se sai già in partenza che il periodo sarà breve, forse diventa più semplice, poi separarsene. Ad ogni modo una famiglia affidataria ha sempre ben presente che l’affido è sempre a termine, anche se lungo.

Nel caso di Fulvia, ad esempio, il primo affido è durato solo nove mesi e il bambino è poi rientrato in famiglia. La seconda bambina, invece è stata da loro accolta che aveva solo due anni e mezzo; ora ne ha 11 ed è per loro una terza figlia a tutti gli effetti.

Il momento dell’accoglienza.

Quando arriva un bambino in affidamento familiare non è facile, soprattutto se ci sono bambini che hanno più o meno la stessa età. Nel primo caso di affido di Fulvia, infatti, il bambino a loro assegnato aveva più o meno l’età della sua seconda figlia e la convivenza è stata a tratti difficile.

In questa seconda esperienza di affido familiare, invece, la bimba è arrivata che era davvero piccola e anche i figli di Fulvia, ormai più grandi, hanno potuto gestire il loro rapporto coi loro genitori senza troppe interferenze, data la differenza di età.

La bimba, dal canto suo, era talmente piccina e desiderosa di affetto che si è subito sentita a suo agio, tanto da chiedere subito, anche se parlava a stento, le coccole.

Se ci sono problemi non bisogna allarmarsi.

È abbastanza comune che, col tempo, saltino fuori dei problemi, ci racconta Fulvia. Del resto anche con i figli naturali, man mano che diventano grandi, si creano incomprensioni. È vero, le difficoltà possono essere diverse, soprattutto perché il bambino affidato mantiene i rapporti con le sue origini. Ma tutto fa parte dell’evoluzione naturale dei rapporti tra persone.

I rapporti con la propria famiglia di origine sono sempre monitorati dai servizi sociali e possono variare molto: da qualche incontro al mese a , anche, rientri per il week end.

Quando finisce l’affido?

Nei casi in cui l’affido non si conclude nel breve periodo con il rientro del bimbo nella sua famiglia di origine, spesso si arriva alla soglia della maggiore età. Fulvia ci spiega che, arrivato a 18 il bambino in affidamento può richiedere un prolungamento di ulteriori due anni, sempre se la famiglia affidataria è d’accordo. In realtà, dopo il compimento del diciottesimo anno di età può accadere esattamente quello che accade coi figli naturali: c’è chi resta in casa e chi se ne va… fa tutto parte dei rapporti tra genitori e figli e ognuno fa le sue scelte liberamente.

Per un bambino più piccolo può essere più semplice integrarsi in una nuova famiglia.

Per Fulvia, avere in affido una bimba piccola è stato sicuramente un vantaggio dal punto di vista dell’integrazione. D’altro canto, però, sa anche di casi in cui i ragazzi erano anche più grandi, persino adolescenti, e si sono comunque integrati velocemente e senza problemi. Qualche difficoltà di reciproco adattamento ci può essere, come avviene, del resto, in ogni relazione della vita. Una regola generale però non c’è.

L’affido è un’esperienza di condivisione.

Come ci racconta Fulvia, prendere una bambino, un ragazzino in affido è un gesto di altruismo, prima di tutto. Ma attenzione: non ci sono i più buoni e i meno buoni! Non c’è nessuno da salvare e nessuno che deve essere salvato, ma due realtà che mettono in condivisione pregi e difetti per uscirne tutti più forti. Nel suo caso, ad esempio, è convinta che la ragazzina che hanno avuto in affidamento abbia dato molto anche alla sua famiglia, che, pur imperfetta e anarchica, è sempre una valida alternativa al crescere in una comunità. Non è tutto rose e fiori, come in ogni relazione familiare naturale, ma anche le esperienze negative sono parte del crescere in una famiglia, esperienze che non si possono vivere altrove.

Non c’è età per diventare genitori affidatari.

La ragazzina affidata a Fulvia e alla sua famiglia ormai è grandicella e non manca molto a che possa fare le sue scelte di vita e “andare per il mondo con le sue gambe”. Per allora Fulvia si augura di poter essere ormai in pensione e potersi dedicare alla sua passione di viaggiare in camper. Tuttavia le combinazioni della vita sono imponderabili: ci sono casi di coppie che sono già nonni, ma che, di fronte a una situazione di necessità, si sono comunque rese disponibili per un affido. Quindi, mai dire mai.

Quali sono i requisiti per diventare genitori affidatari?

Ci sono associazioni di genitori affidatari più o meno su tutto il territorio nazionale. Quando queste associazioni si riuniscono, è possibile partecipare anche solo a scopo conoscitivo. Nel suo gruppo Fulvia è considerata un po’ l’elemento dissuasore, a dire la verità, perché non cerca mai di addolcire la pillola. Vivere un affido è un’esperienza che arricchisce tutti, ma non è facile. Durante questi incontri, la famiglia o il single interessati vengono valutati, ma non c’è limite di età per diventare genitori affidatari.

Due consigli per affrontare l’affido familiare

Una cosa che però Fulvia ci tiene a sottolineare è che l’affido non deve essere l’alternativa ad un processo di adozione andato male. Avere un bambino in affidamento non deve appagare il proprio desiderio di famiglia, non deve riempire un vuoto personale. Questi bambini hanno bisogno di amore e di sentire vicino a loro una famiglia vera, una relazione solida che possa essere d’aiuto a loro; non il contrario.

Un altro aspetto che non va sottovalutato nell’affido familiare è il rapporto con la famiglia d’origine. Non deve essere una competizione, nessuno è migliore o peggiore. Perché per ciascuno di noi, le nostre radici, con tutti i problemi che possono avere e che ci possono aver causato, sono sempre una parte importante del nostro essere, sono un ingrediente fondamentale per la nostra formazione. Questo vale anche per i ragazzini che vengono affidati ad altre famiglie. Fulvia ci spiega che la sua esperienza di genitore affidatario le ha insegnato proprio questo: per quanto la famiglia di origine possa aver fatto o non aver fatto, non va mai denigrata o svilita. Anche la psicologa che segue queste famiglie affidatarie sottolinea ad ogni incontro come, rispetto ad un’adozione, il valore aggiunto dell’affido sia proprio il rapporto con la famiglia di origine.

L’affido è un insieme di compromessi.

Proprio perché i bambini affidati non diventano figli della famiglia affidataria a tutti gli effetti, per ogni caso previsto dalla legge, come può essere un ricovero ospedaliero o un viaggio all’estero, bisogna chiedere l’approvazione dei genitori naturali o dei servizi sociali. Questo, ci dice Fulvia, potrebbe essere fonte di malumori perché, pur avendo la gestione quotidiana completa dei bambini, bisogna sempre sottostare a delle regole se si vuole o si deve fare qualcosa di diverso. Ma questo è un prezzo che si può pagare serenamente, visto l’arricchimento che un bambino in affido dà alla famiglia.

Un bambino in affido si conosce prima, ma non si può scegliere.

Generalmente, ci spiega Fulvia, c’è un primo mese in cui ci si conosce a vicenda e il bambino, piano piano, si avvicina alla famiglia affidataria. Nel caso della loro attuale ragazza in affido, la situazione non era facile, la bambina molto piccola, per cui in realtà questo avvicinamento è durato solo 15 giorni. Quello che vale sempre, però, per una procedura di affido, è che non si può scegliere. Gli enti preposti valutano in base a determinati parametri, come, ad esempio, l’età dei figli naturali, e poi cercano di fare abbinamenti che abbiano un senso, ma alla famiglia scelta resta solo da accettare o meno. Purtroppo le famiglie che si propongono per avere in affidamento dei bambini non sono moltissime, quindi spesso le valutazioni sono sommarie e si cerca di risolvere il problema contingente dei bambini che ne hanno bisogno.

L’esperienza dell’affido familiare diventa davvero una prova di vita, anche se, come dice bene Fulvia, perfino la relazione col partner o con i propri figli di sangue non ha mai una garanzia di riuscita, esattamente come l’avere un bambino in affido.

Intervistare Fulvia è stato un bagno di umanità e di amore molto speciale che mi ha toccato particolarmente.Di sicuro se tutte le famiglie fossero più aperte alla condivisione, come lei ci ha raccontato, il mondo sarebbe davvero un posto migliore. Soprattutto perché non ci vedremmo come salvatori, ma solo come persone che mettono a fattor comune quello che hanno di positivo e di utile per gli altri in quel momento.

Tu conoscevi l’istituto dell’affido familiare? Spero che questa intervista con Fulvia sia stata utile e ti abbia fatto riflettere su cosa significa prendere un bambino in affido. Faccelo sapere nei commenti!

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☀️#allegralu

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