Se il tuo bambino è nato grazie alla fecondazione eterologa, ti sarai chiesto se è giusto dirglielo. E quando affrontare l’argomento?

Così sono andata a chiedere ad Arianna Terrana, psicologa esperta in famiglia e rapporti genitori e figli, se è giusto affrontare l’argomento col bambino, come farlo e quando è il momento migliore.

Fecondazione eterologa: tema a me molto caro

Come ho già avuto modo di raccontare in altri post, come ad esempio “Fecondazione eterologa: come diventare mamma senza un uomo” il tema è a me molto caro. Finora, però, lo l’ho affrontato sempre in riferimento a donne single che vorrebbero un bambino. Qui, invece, voglio capire insieme a te e alla dottoressa Terrana, se e come due genitori possono dire a un bambino che è nato da una fecondazione eterologa.

Si tratta di spiegare al bimbo che, grazie all’intervento di un donatore che ha regalato alla sua mamma e al suo papà un “ovulino” o uno “spermatozoino”, lui è potuto diventare il loro bambino.

Come affrontare al meglio la situazione?

Per capire meglio come fare in questo caso, ho chiesto aiuto alla psicologa, dottoressa Arianna Terrana. Le ho chiesto di darci consigli utili e pratici nel caso in cui il nostro bambino sia stato concepito grazie alla fecondazione eterologa.

Dobbiamo dire al bambino che è stato concepito con la fecondazione eterologa?

Secondo la dottoressa Terrana, chi sceglie di affrontare questo percorso di fecondazione, dovrebbe avere già ben chiaro se, quando sarà il momento, dirà al suo bambino come è stato concepito. Infatti, prima di arrivare al concepimento vero e proprio, i genitori devono seguire una trafila che richiede molto tempo ed è proprio in questa fase che, generalmente, matura il possibile desiderio di trasmettere al loro figlio in arrivo valori importanti e fondamentali e come la sincerità e l’onestà.

Ciò che però questi genitori si chiedono è come dirlo ai bambini e quando, se c’è un’età giusta per spiegare loro come sono nati.

Secondo la dottoressa, comunque, conoscere la propria storia e la storia della propria nascita, indipendentemente dal modo in cui è avvenuta, è un diritto di ogni persona, quindi anche dei bambini.

Alcuni genitori, però…

Personalmente, però, conosco alcuni genitori che sono ricorsi alla fecondazione eterologa per avere il loro bambino ma che non intendono dirglielo. Le ragioni possono essere le più svariate: situazioni familiari complesse, la paura di deludere il figlio o anche il timore che poi il bambino non li ami allo stesso modo.

Cosa si rischia quando si dice a un bambino che è nato con la fecondazione eterologa?

La prima cosa che la dottoressa Terrana ci spiega è che il modo che ha un adulto di vedere il mondo è completamente diverso da quello incontaminato dei bambini. Noi adulti, infatti, vediamo la realtà attraverso il filtro delle nostre esperienze, che ci condiziona. I più piccoli, invece, sono liberi da preconcetti e pregiudizi. Quindi il rischio che ci giudichino è praticamente inesistente. Il pregiudizio è infatti dovuto al contesto sociale in cui l’adulto è immerso e dal quale il bambino non è ancora stato condizionato.

Per un bambino, infatti, il concetto di diverso non assume una connotazione negativa. Nostro compito è quello di fare in modo che colgano la bellezza della diversità e continuino a considerarla un valore, una ricchezza e non un difetto.
Non c’è nessun rischio, quindi, nel dire la verità ai bambini. Anzi, proprio noi adulti dovremmo ricalibrare il giudizio che abbiamo sulla fecondazione eterologa, perché non è un difetto, quanto invece una scelta positiva, di vita e di amore. In generale, infatti, la verità è sempre più “pesante” da gestire per il genitore che per il bambino stesso.

Quindi, in definitiva, siamo sempre noi genitori che ci complichiamo un po’ le cose, rispetto alla semplicità con cui le affrontano i nostri bimbi.

Se invece scegliamo di non dire nulla al bimbo?

La psicologa Arianna Terrana ci spiega che ogni “non detto”, invece, è un possibile rischio. Lascia spazio, infatti, alla creazione di fantasmi e fantasie. I bambini percepiscono che c’è qualcosa che non è stato loro detto e il rischio, qui reale, è che pensino di essere davvero diversi dagli altri in senso negativo. Capiscono istintivamente che c’è qualcosa che non va, non si sentono appartenenti alla famiglia e se ne attribuiscono una colpa. Con tutte le problematiche che ne conseguono.

Inoltre, un ulteriore rischio è quello che i nostri figli concepiti con la fecondazione eterologa possano venirlo a sapere da una terza persona, che non lo glielo comunicherebbe in modo spontaneo e naturale come i genitori. Più i genitori sono trasparenti, più il bambino vivrà la cosa in modo sereno.

Quando è il momento giusto per dire al bambino che è nato da fecondazione eterologa?

In realtà non c’è un momento ideale uguale per tutti, perché ogni famiglia è a sé e ogni bambino è diverso dagli altri. Bisogna comunque ricordare che è entro i 6 o 7 anni che nostro figlio forma le basi psicofisiche fondamentali per la sua crescita.

Tenendo ben presenti questi due aspetti importanti, la dottoressa Arianna Terrana ci consiglia di assecondare il più possibile la maturazione del nostro bambino. In generale, il momento migliore comincia intorno ai 3 anni, e si protrae fino ai 5 anni. Quella fascia di età, quindi, in cui il bimbo, in modo spontaneo, comincia a farsi domande e ad essere curioso di scoprire anche come vengono al mondo i bambini. Tipicamente la classica domanda è: “Ma come entrano i bimbi nella pancia della mamma?”.

Quali parole usare perché il concetto di fecondazione eterologa sia alla sua portata?

La psicologa ci invita ad utilizzare il vocabolario più adatto per ogni età. Non ci sono delle parole universalmente corrette, ma l’importante, sempre, è dire la verità. Una verità che dovrà essere veicolata con parole semplici e facilmente comprensibili dal bambino e senza troppi giri di parole. Per questo la dottoressa Terrana ci suggerisce di cominciare fin da subito a raccontare al bambino della sua nascita, fin dai primi mesi: questo aiuterà soprattutto noi genitori a prendere familiarità con l’argomento e ad affrontarlo in modo naturale. Quando poi arriveranno a 3, 4 anni e cominceranno a porci loro delle domande, noi saremo dunque già pronti a dare una risposta senza troppi giri di parole.

Potremo utilizzare, per cominciare, termini intuitivi, come “semini”, “ovetti” e “pancia della mamma” quando cominciamo ad affrontare il tema verso i 3 anni, ma via via dovremo arrivare alla terminologia corretta di spermatozoi, ovuli e utero.

Il concetto di “donatore”.

Una figura importante in tutto questo processo è proprio quella del donatore. La dovremo sempre dipingere al bambino come una persona che dona, che ci ha fatto un enorme regalo. Non indichiamolo come madre o padre biologico, perché è un concetto troppo complesso per un bimbo così piccolo. Mamma e papà sono coloro che si prendono cura di lui e non riesce ad immaginarne altri.

Il bambino nato da fecondazione eterologa è “speciale”?

La psicologa Arianna Terrana ci spiega anche come e quando utilizzare il termine “speciale” per far capire al nostro bambino come è nato.

Ogni genitore conosce meglio di chiunque altro il proprio figlio e saprà capire in che contesto farlo sentire speciale. Tuttavia, fino all’età scolare, i bambini interpretano questo concetto come qualcosa che li fa sentire diversi rispetto al gruppo. Cosa che i bambini di quell’età non amano.

In età adolescenziale, invece, è un concetto che viene maggiormente apprezzato.

L’importanza della spontaneità.

La psicologa insiste sul fatto che dobbiamo fin da subito entrare in confidenza con l’argomento, quindi introdurlo già dalle prime fasi di vita del bambino nella quotidianità. Non sarà poi necessario creare una situazione appositamente per dargli questa comunicazione, ma diventerà un qualcosa che il bambino percepisce come parte della routine della famiglia.

Ad esempio, passando davanti all’ospedale dove nostro figlio è stato concepito si potrà dire che quello è il posto dove il dottore ha aiutato mamma e papà, ha preso il semino o l’ovetto del donatore e lo ha messo nella pancia della mamma.
Potrebbe, quando il bambino entra nell’età in cui fa domande, chiederci chi è il donatore. Potremmo allora rispondergli che non conosciamo l’aspetto fisico del donatore, ma sappiamo per certo che è una persona molto altruista e generosa. Sarà poi la fantasia del bambino che potrà portarlo a disegnare il donatore come se lo immagina.

I libri che ci aiutano a spiegare questo percorso.

Come sempre, potremmo farci aiutare dai libri per spiegare meglio ai nostri figli nati da fecondazione eterologa il percorso che ha portato alla loro nascita. La dottoressa Terrana ritiene che queste letture possano essere utili anche a noi adulti per entrare nella prospettiva dei bambini e alleggerire il racconto. Ce ne segnala alcuni:

  • Cicogna, cavoli e provette”: è utile perché utilizza termini molto semplici (il medico è “colui che aiuta”) e lancia un messaggio forte e molto importante e cioè che ogni bambino viene al mondo già nel momento in cui è un desiderio nella mente di mamma e papà che poi sedimenta nel cuore;
  • Mamma raccontami come sono nato”: è diviso in due parti. La prima di filastrocche sulla fecondazione eterologa per i bambini e la seconda è fatta di racconti scritti da genitori per i genitori;
  • Di mamma ce n’è una sola”: è un dialogo tra due bambini in cui una racconta all’altra dei vari modi che ci sono per nascere.

Il quarto libro, non meno importante di questi tre, è sicuramente quello personale. Ognuno di noi può illustrare e raccontare la storia della nascita di nostro figlio.

Mi piace ribadire il concetto espresso anche da Arianna Terrana e cioè che ogni bimbo, indipendentemente dalle varie situazioni contingenti, nasce nel momento in cui la mente e il cuore dei genitori lo stanno desiderando.
Se anche a te il tema interessa, lascia un commento o scrivimi in privato, per chiedere informazioni o per raccontare la tua storia.

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L’intervista è stata realizzata in collaborazione con il Magazine MiMom

☀️ #allegralu

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