Il tema della comunicazione genitori figli è davvero complesso e crea sentimenti di ansia e frustrazione sia negli adulti che nei bambini/ragazzi. Una buona comunicazione genitori figli  è sinonimo di benessere, autostima, serenità. Ma è soprattutto sinonimo di famiglia e non di sola coabitazione.

Spesso però si sentono frasi tipo “mio figlio non mi parla”, “mia figlia non si confida”, “io sono sempre l’ultima a sapere”.

Altrettanto comune è sentire i ragazzini più grandi lamentarsi del fatto che non possono parlare con i genitori, che non si sentono compresi, che i genitori sottovalutano i loro problemi.

Quanto dolore! Come possiamo agire in modo da favorire una buona comunicazione genitori figli  senza forzature, coltivandola come una pianticella sin da quando i nostri figli sono piccoli, in modo che le radici siano bene estese quando saranno grandi?

 

Comunicazione genitori figli: perché non funziona

E’ nato prima l’uovo o la gallina? E’ colpa del genitore se il figlio non si sente libero di raccontare e raccontarsi o è il figlio che ha un carattere chiuso? Prima di tutto eliminerei la parola colpa da qualsiasi dinamica che riguardi genitori e figli. Ricordiamoci che i sensi di colpa non aiutano mai e che i figli non nascono con il manuale delle istruzioni.

Ci sono però rapporti che funzionano meglio di altri per cui è interessante, anche per me come mamma di un bambino che ancora non parla, cercare di capire cosa posso fare per stimolare una sana comunicazione con mio figlio. Molto probabilmente il seme della piantina della buona comunicazione deve essere il genitore a piantarlo, perché il bambino è troppo piccolo per farlo. Poi, forse, durante la vita sarà necessario innaffiare insieme.

 

Cosa ci dicono le ricerche

  • Stabilire una buona relazione: le fondamenta della stabilità emotiva e psicologica di un bambino sono legate alla relazione che ha con il genitore per cui se un bambino non si apre quando è turbato, la relazione potrebbe non essere così solida. Questo non significa che siamo genitori distanti, solo che forse non riusciamo a relazionarci in modo ottimale con i nostri figli.

 

  • Valorizzare i racconti e i sentimenti espressi dai bambini: è innegabile che certe preoccupazioni dei nostri figli ci facciano a volte sorridere, abituati come siamo ad affrontare problemi di ben altra entità. Ma un problema o un sentimento condiviso non devono essere giudicati: semplicemente accolti. Se un bambino ha un parco macchinine di 300 pezzi e piange disperato perché una si è persa a un adulto potrebbe scappare la frase “con tutte le macchinine che hai che cosa sarà mai!”. Ma il bambino soffre e la sofferenza è reale. Non la dobbiamo negare. Meglio accoglierla, stringerlo, fargli sentire che siamo vicini. Poi magari, a seconda dell’età, possiamo anche aiutarlo a riflettere sul fatto che è una macchinina su 300, ma senza aver negato o sminuito il sentimento che ha manifestato.

 

  • Essere empatici: che differenza c’è fra l’essere empatici e l’essere comprensivi? La differenza è sottile ma sostanziale.  L’empatia è la capacità di comprendere appieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Il significato etimologico del termine è “sentire dentro” ad esempio “mettersi nei panni dell’altro“, ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale (fonte Wikipedia).Mi piacerebbe soffermarmi su due aspetti di questa definizione:”sia che si tratti di gioia, che di dolore“: entrare nelle scarpe di un altro, condividerne le sensazioni non vale solo nei momenti consolatori. E’ importante anche nei momenti di gioia, di realizzazione, e forse paradossalmente è più difficile essere veramente empatici proprio in questi momenti.”capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale“: l’empatia è qualcosa che si prova, che è dentro, tocca i nostri istinti come tocca quelli degli animali. E’ qualcosa che non si trasmette a parole, si trasmette a pelle e non può essere finta: o c’è o non c’è. E i bambini si affidano alle loro sensazioni di pelle, al non verbale molto di più rispetto a noi adulti. Non li possiamo ingannare facilmente.  Credo sinceramente che tutti i genitori siano più o meno comprensivi, perché amano i loro figli, ma il consiglio degli esperti è quello di fare un passo in più: diventare empatici, mettersi veramente nei loro panni, non limitarsi a comprendere o riconoscere uno stato d’animo. A volte si può anche non comprendere eppure essere empatici.

 

  • Parlare e interessarsi di tutto: senza invadere eccessivamente la privacy dei nostri figli, soprattutto quando crescono, impariamo a parlare di qualsiasi argomento e a rivolgere loro domande relative al loro benessere piuttosto che fermarci alla cronaca. Un esempio? Siete mai stati fuori da una scuola all’orario di uscita? La domanda tipica “come è andata?” si declina generalmente in tre sotto domande: “hai preso qualche voto?”, “che cosa hai mangiato?”, “hai compiti per domani?”. Domande legittime e spesso legate anche a una organizzazione di impegni non facile da gestire. Pensiamo invece di trasformare la domanda in “sei stato bene oggi?”, “che cosa ti ha reso felice?”, “qualcosa ti ha fatto soffrire?”. Capite come è diverso il polo del nostro interesse nei confronti dei bambini? Credete che non lo capiscano? Idem vale al contrario. Invece di limitarci a raccontare la nostra giornata, poniamo l’accento sulle sensazioni che ci ha lasciato, senza scaricare pesi emotivi addosso ai bambini, ma anche senza vergognarsi di dimostrare le proprie fragilità o debolezze.

Le ricerche, lo sappiamo bene hanno un grande valore, ma non tengono conto dei miliardi di variabili che intervengono nei rapporti e nelle dinamiche di una famiglia per cui la ricetta infallibile non esiste e sicuramente non è nelle mie mani.

Quello che ho voluto trasmettervi è quello che ritengo sia comunque un buon punto di partenza per tentare di mantenere un buon dialogo con i propri figli, dialogo che deve essere bidirezionale e che cambierà in meglio e in peggio a seconda dei momenti della vita e dell’età. Ma sul lungo periodo spero per tutti, me per prima,  possa essere un pilastro su cui abbiamo costruito un rapporto genitori figli  davvero solido e appagante.

 

La mia esperienza di figlia

Vorrei condividere la mia esperienza di figlia che ha avuto, e continua ad avere, un buon rapporto di comunicazione con la madre. In particolare, riflettendo su questa tematica, mi è tornato in mente un episodio banale, ma che per me ha avuto un profondo significato.

Ben più giovane sono stata male per un amore finito e mi sono sfogata con mia mamma. Poi, ripensando al carico emotivo che le stavo buttando addosso le ho detto che mi dispiaceva rattristarla con le mie sofferenze.

In quel momento mi ha insegnato qualcosa che ancora porto dentro e spero di riuscire a comunicare a mio figlio: il carico condiviso pesa meno. Certo in quella situazione sarà pesato un po’ di più a lei e un po’ di meno a me ma non è una questione di dividere a metà la sofferenza è anche un guarire più velocemente dal dolore sapendo di poterlo condividere. Dal punto di vista di una mamma, inoltre,  per sentirsi degna delle confidenze di una figlia lenisce la sofferenza che prova per lei. Quindi è un win win. Si sta male in due ma si sta anche meglio in due.

 

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